Hikikomori, chi sono e perché scelgono di stare in disparte
Decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, chiudendosi in casa, tagliando fuori il mondo esterno. Prima erano definiti con il termine “ritirati sociali” oggi si identificano come Hikikomori che significa “stare in disparte”. Secondo le ultime stime sono circa un milione gli hikikomori a livello mondiale dei quali il 10% è in Italia. Percentuali e numeri – centomila – non certo confortanti per il nostro Paese.
Ragazzi e ragazze che si auto segregano in casa, interrompendo i rapporti con i coetanei, abbandonando le attività sportive e, a volte, perfino la scuola. Cambia il termine ma il problema è uguale: rifiuto della vita sociale, scolastica o lavorativa. Una problematica che colpisce diversi adolescenti ma anche giovani adulti. La riluttanza a uscire di casa può essere dovuta a diverse cause: ideali corporei, identità di genere, identità virtuali. Secondo la psicologa e psicoterapeuta Veronica Tranchida: «L’adolescente di oggi scende a patti con l’assenza di bellezza e successo, alimentata da modelli educativi familiari e ambienti, ideali, reali e virtuali dove domina la popolarità». «È importante quindi sostituire il giudizio con l’incoraggiamento – spiega – il mondo virtuale, nel quale spesso rifuggono i giovani, dà una realtà che non rispecchia quella reale, quindi quando gli Hikikomori si scontrano con il mondo di ogni giorno e capiscono che non possono arrivare a quell’ideale emerge: sconforto, sofferenza. Così il ritiro sociale aumenta».

Il punto di vista della psicoterapeuta con esperienza in dispersione scolastica e Sportello d’ascolto
«I ragazzi che si sottraggono alle relazioni sociali e alla scuola – spiega Veronica Tranchida, psicologa e psicoterapeuta – lo fanno volontariamente cercando di passare il più possibile inosservati. Un ragazzo Hikikomori, infatti, non fa male a nessuno, non compie atti estremi di violenza rivolta all’esterno. La sofferenza psicologica è però significativamente presente e merita approfondimento. Il ragazzo, infatti, si ritira per cercare di gestire la vergogna, l’ansia e la paura per il mondo circostante ma allo stesso tempo non ha piena consapevolezza di quanto della propria vita stia realmente sacrificando, nel presente e nel futuro. Per tale motivo e proprio perché la sua è una scelta volontaria, difficilmente chiede aiuto. Non si identificano con un problema, non si identificano sofferenti e pertanto non si fanno aiutare».

